Dopo una laurea in Comunicazione linguistica e multimediale presso l’Università degli Studi di Firenze e un Master in “Marketing e comunicazione digitale” presso Il Sole 24 ORE Business School, Stefania Ressa  nel 2012 diventa giornalista pubblicista. All’epoca il mondo del giornalismo sta vivendo un momento critico a causa dell’avvento sempre più prepotente del digitale. È a quel punto che, dopo 2 anni al Nuovo Corriere di Firenze, Stefania decide di trasferirsi a Londra per un anno; un tempo significativo per acquisire maggiore padronanza della lingua inglese e per cimentarsi in nuove esperienze lavorative. Dopo l’esperienza inglese, torna a Firenze e decide di specializzarsi in comunicazione digitale lavorando per un’agenzia di comunicazione. Questa esperienza la porterà ad appassionarsi al web marketing. Nel 2016 torna a Taranto; per dare seguito a quanto appreso nel curioso e variegato mondo del web avvia il suo blog Se dico Taranto e nello stesso anno si dedica alla I edizione del Due Mari WineFest. Da un paio di anni si occupa di comunicazione e marketing per una software house tarantina.

Se dovesse scrivere il primo capitolo di un libro sulla sua carriera, come inizierebbe?

“Quando ho iniziato a lavorare non sapevo cosa volessi fare e chi volessi essere. Insomma, non avevo le idee così chiare! ‘Andare avanti senza sottrarmi alle sfide era tutto ciò che il mio istinto mi suggeriva di fare. Così, ho fatto. Ed oggi posso affermare che il viaggio che ho intrapreso, seguendo la mia passione, che è quella di scrivere e comunicare, mi ha riservato tantissime sorprese. Quelle più brutte e inaspettate, sono state le migliori. Ma questa è una frase che dici per due motivi: per farti “figa” o perché hai raggiunto la consapevolezza che se fosse stato semplice l’avrebbero fatto tutti.”

Quali sono stati i passaggi per arrivare alla realizzazione?

Sembrerà banale ma facendo. Nel senso che ci sono cose che la scuola o l’università non insegnano; ad esempio, non insegnano che commettere errori è necessario, perché sono proprio le cadute a farti accumulare esperienza, a farti interrogare su quello che desideri realmente e ti portano dritto dove vuoi arrivare. Anche lo studio, la formazione e l’osservazione sono elementi importanti e, per quanto mi riguarda, imprescindibili; però, ecco, sbagliare, rimettersi in gioco, cadere di nuovo e rialzarsi sono stati e continuano ad essere elementi propedeutici alla mia realizzazione ad oggi (malgrado non mi senta realizzata del tutto). Infine, cosa non meno importante, ho sempre pensato che avrei dovuto circondarmi di persone che fossero migliori di me”.

Come è nato il Due Mari WineFest?

“È nato per caso, nella primavera del 2016. All’epoca avevo l’ufficio in viale Trentino a Taranto; ne condividevo gli spazi con quelli che sarebbero diventati gli altri due compagni d’avventura del Due Mari WineFest, Fabio e Andrea Romandini. Tutti e 3 eravamo tornati a Taranto da poco, dopo la classica esperienza universitaria e lavorativa da fuorisede. Ricordo perfettamente che quel giorno (ho ancora in testa la scena) ci guardammo e dicemmo: ‘Perché non organizziamo un evento sul vino a Taranto? Buttiamoci, male che vada ci abbiamo provato.’ E ci “buttammo” senza alcun paracadute, senza alcuna esperienza, muniti solo del desiderio di creare qualcosa nella nostra città, con cui ci eravamo ricongiunti dopo tanti anni.

Ha scelto di investire nella sua città. A distanza di anni come crede abbia risposto Taranto?

“Penso con estrema sincerità che Taranto abbia risposto bene. Ci è voluto un po’, non è stato un processo semplice; ho sempre creduto, fin da quando sono rientrata, che Taranto fosse una città dannatamente fertile e oggi, più di ieri, credo che chi semina bene raccoglie altrettanto bene. Magari non subito, ma quando arriva quel momento in cui guardi tutti i puntini unirsi è una sensazione meravigliosa, perché capisci che con le tue azioni e con il tuo spirito intraprendente hai generato un impatto sulle persone”.

Quale è stato il momento in cui ha pensato di essere coraggiosa?

“In primis, quando ho deciso di tornare a Taranto lasciandomi alle spalle 13 anni di vita e di lavoro costruiti un po’ a Firenze e un po’ a Londra. E poi, quando ho deciso di restare ripartendo da capo; quando ho dovuto scontrarmi con insicurezze (nuove) e quando, dopo aver preso coscienza dei miei demoni interiori (che sono sempre stati tanti e tutti disgraziati) ho cercato di simpatizzare con loro senza arrendermi. Consideri che quando sono rimpatriata non avevo un lavoro, avevo perfino rifiutato di lavorare nell’azienda di famiglia (dopo un breve periodo iniziale di prova) perché ritenevo di dover costruire il mio percorso da sola. Ho iniziato a piccoli passi, ho dovuto fare tantissimi sacrifici, che sono sembrati enormi proprio perché avevo rotto gli equilibri che faticosamente avevo costruito a Firenze. Eppure, la determinazione mi ha permesso di costruire percorsi alternativi.”

Quale consiglio darebbe a chi vuole seguire la sua strada?

“Di gettarsi senza pensarci troppo. Tanto, il tempo per razionalizzare e aggiustare il tiro c’è. Ma il primo passo, quello più difficile, va fatto dando retta all’istinto. Anche perché, tanto per scomodare Ungaretti, “la vera meta è partire”. Personalmente, sono sempre andata avanti, incurante (anche se consapevole) delle mie insicurezze e decisa nel voler prendermi il posto che mi spettava nel mondo (che fa molto cinema, mi rendo conto). Malgrado le cadute e le critiche feroci siano state tante, rifarei tutto il percorso.
Bisogna inventarselo il proprio cammino; è come quando ti devi tuffare, hai paura perché hai paura di fratturarti qualcosa, hai paura di non saperlo fare perché non sai tuffarti, però devi solo buttarti. Un solo passo. Il primo, quello che conta. Quelli successivi non devi sapere quali saranno, li scoprirai durante. Io li ho scoperti. Chi vuole seguire la propria strada li scoprirà.”

 

A cura di Alessandra Macchitella

 

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