Ammostro nasce nel 2014 a Taranto, come pratica e mezzo di inclusione sociale per ragazzi e ragazze fuori dal sistema scolastico e occupazionale. Utilizza la serigrafia come strumento per creare visioni alternative al modello città-fabbrica e aprire nuovi scenari lavorativi, tramite un approccio più diretto e meno formale, learning by doing. È un collettivo femminile che si occupa di sostenibilità ambientale del metodo serigrafico: attualmente utilizza colori naturali estratti direttamente da piante della macchia mediterranea. Le componenti del collettivo sono indissolubilmennte legate al territorio, ne raccontano e recuperano storie e antiche tradizioni artigianali. Il progetto è un manifesto politico green, opposto all’inquinamento della città di Taranto, è uno sguardo collettivo proiettato al futuro, una rivoluzione gentile in cui la natura coesiste con l’essere umano, partecipe e motore del processo creativo.

Il collettivo al momento è composto da: Maria Martinese (ricerca e realizzazione dei colori della macchia mediterranea); Candida Semeraro (parte serigrafica); Claudia Anelli (progettazione e design dei prodotti) e Silvia Di Serio (realizzazione grafiche e illustrazioni)

Immaginate di scrivere il primo capitolo di un libro sul vostro progetto: come inizierebbe?
«Nel mezzo del cammin di nostra vita ci ritrovammo in una città oscura, ché la diritta via era smarrita!
Citando Dante ci vien da pensare che abbiamo attraversato momenti di profonda consapevolezza in una città che è un po’ l’emblema di tutta l’Italia di questi anni. Sfruttamento di territori fertili per il profitto di pochi e la perdita di molti, e non solo, mancanza di cultura e di proposte lavorative alternative che si basano su un orientamento orizzontale e non gerarchico, che eleva pienamente le potenzialità dell’individuo».

Quali sono stati i passaggi per arrivare alla realizzazione?
«Innanzitutto non esiste la realizzazione definitiva. Fa parte di un processo continuo che prevede di base una dose massiccia di forza d’animo, amore per il proprio lavoro e voglia di cambiare le cose, e crediamo sia più forte la costanza e la volontà di accrescere la propria vera natura, che la sensazione di sentirsi realizzati, che arriva, lo senti, ed è quando lo vedi negli occhi delle persone a cui cambi la percezione delle cose, è più una sensazione di bellezza del condividere processi ancestrali, a cui siamo tutti collegati, basta risvegliarlo!».

Riscoprire vecchi mestieri adattandoli ai nuovi tempi, dare un valore agli oggetti e diffondere il sapere artigianale con la formazione. Quanto è importante tramandare le tradizioni?
«Pensiamo sia la parte fondamentale di un vero cambiamento mentale e materiale. Il ritorno al “contatto” con le cose, con la terra, con la materia che viene plasmata dalle mani è strettamente connesso all’umano, ci riporta ad una dimensione più lenta e meditativa e inevitabilmente si comprende l’importanza degli oggetti, del tempo e di conseguenza si prende coscienza di tutto il consumismo sfrenato che ci distrugge e ci affligge».

Le radici sono ben radicate anche nella scelta della sede di “Ammostro”. Puntare su Taranto, il vostro territorio, vi sta ripagando?
«Il nostro lavoro si potrebbe fare in qualsiasi altra parte del mondo. Quando abbiamo scelto di restare a Taranto e impiegare qui le nostre energie lavorative sapevamo perfettamente a cosa andavamo incontro. Ma non ci ha scoraggiato, ci sentiamo parte del cambiamento di questa città che ne ha bisogno come l’ossigeno che ci manca, di nuove forme-pensiero che ben impiegate possono creare scenari artistici culturali e lavorativi in cui il centro del mondo non è il profitto ma l’uomo e l’ambiente».

Quale è stato il momento in cui avete pensato di essere coraggiose?
«Forse quando ci hanno scelto per partecipare a festival internazionali come l’ethical fashion show a Berlino o la Fashion Week di Ho Chi Minh, in Vietnam. Far sentire la propria piccola voce in mezzo a tante altre che fanno più rumore ci ha fatto sentire intimorite, forse, ma sicuramente coraggiose. Quale tarantino che sceglie di vivere e lavorare per Taranto non è coraggioso? Qui invece non si tratta principalmente di coraggio ma forse più di una consapevolezza che ti fa percepire antiche radici e voglia di proteggere e difendere il luogo che ami da brutture e ingiustizie. In fin dei conti chi, da adulto, non si è reso conto di essere collegato da un filo indistruttibile alla propria città natia?».

Quale consiglio dareste a chi vuole seguire la vostra strada?
«Ama il tuo lavoro, accresci te stesso e non smettere di provarci, mai!».
a cura di Alessandra Macchitella

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