Head of Social Media in Cookies & Partners e fondatrice di Hella Network.
Nata nell’anno che Orwell ha consacrato con uno dei suoi capolavori (1984), Flavia continua nel più completo anonimato la sua esistenza nel comune di Cremosano (che non possiamo definire famosissimissimo), fino a quando, dopo la laurea triennale in Scienze della Comunicazione all’Università di Bergamo (Alta, uno spettacolo) e un iniziale periodo da pendolare Crema-Milano, decide di trasferirsi nel capoluogo lombardo. Lì la sua esistenza continuerà sempre a essere anonima, ma a lei non importa, perché ha trovato il lavoro che sognava di fare sin da quando aveva 14 anni (nella pubblicità) e la vita culturale della città la stimola ogni giorno di più (fino al 2020). Nel 2019 le sono successe due cose bellissime: ha officiato il matrimonio della sua migliore amica; ha fondato Hella Network, il network per la comunicazione inclusiva composto da oltre 1700 professionist* della comunicazione.
Vive con l’uomo più ottimista del mondo e con il gatto più menefreghista del creato.”

Se dovesse scrivere il primo capitolo di un libro sulla sua carriera, come inizierebbe?
«Se questa storia dovesse avere un finale chiuso, ho una brutta notizia per te, Flavia».

Quali sono stati i passaggi per arrivare alla realizzazione?
«Bisognerebbe girare questa domanda a una persona che si senta realizzata e per me non è così. Anzi, confesso che mi sembrerebbe strano sentirmi realizzata in questa fase della vita, quando ho ancora tanti desideri e progetti che vorrei concretizzare. Inoltre non sono mai stata il tipo di persona che fa una lista degli obiettivi da raggiungere, quindi è difficile capire se ho centrato i “KPI”, per usare il gergo pubblicitario.
Ma prima che quest’intervista prenda una piega troppo malinconica, vorrei aggiungere che ci si può sentire soddisfattə anche senza sentirsi ancora realizzatə. E io lo sono».

Quanto è importante rendere il settore della comunicazione più inclusivo?
«Poiché l’importanza può apparire come una percezione soggettiva, preferisco dire che è inevitabile. È finita l’era della comunicazione unidirezionale e grazie ai social tutte le comunità che da sempre sono state zittite in quanto considerate “minoranze” hanno trovato il modo di esprimersi, di unirsi e di fare massa critica.
Perciò, a chi pensa che quella della comunicazione inclusiva sia solo una moda passeggera, dico: godetevi gli ultimi scampoli del vostro lavoro come lo avete conosciuto finora».

Come è nata Hella Network?
«È nata dalla constatazione che la pubblicità, e la comunicazione in generale, è ancora foriera di stereotipi, specialmente quando si parla di donne (anche perché le altre identità discriminate nella società difficilmente vengono rappresentate). E questo in un settore dove la forza lavoro è prevalentemente femminile. Come è possibile? Perché questo mondo è rimasto indietro di anni. Ho pensato che quindi, per dare una scossa alla situazione, noi professioniste della comunicazione potessimo unirci per fare pressione dall’interno, chiedendo non solo rappresentazioni libere dagli stereotipi, ma anche vere politiche aziendali per la parità di genere: parità salariale, abbattimento del soffitto di cristallo e ambienti lavorativi inclusivi.

Così, alla fine del 2019, ho aperto un blog e lanciato la proposta. Grazie al passaparola, oggi Hella Network può contare su oltre 1700 partecipanti e le sue campagne sono state riprese da Repubblica, Vanity Fair, ANSA e tante testate. Tra cui questo spazio».

Quale è stato il momento in cui ha pensato di essere coraggiosa?
«Non ho mai compiuto grandi gesti, anche se c’è chi direbbe che esporsi in questo modo in un settore professionale ancora così maschile e maschilista è una scelta coraggiosa, perché potrei bruciarmi delle opportunità lavorative».

Quale consiglio darebbe a chi vuole seguire la sua strada?
«Trova la tua, di strada, sono certa che ti sentirai più a tuo agio».

a cura di Alessandra Macchitella

 

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