a cura di Alessandra Macchitella

Eva Degl’Innocenti è direttrice del Museo Archeologico Nazionale di Taranto – MArTA dal primo dicembre 2015 e ne ha creato il piano strategico. Dottoressa di ricerca in Archeologia, è stata direttrice dello spazio museale Coriosolis e del Servizio dei Beni Culturali dell’ente locale Plancoët Plélan in Bretagna (Francia). Professoressa universitaria a contratto di Museologia e Museografia presso la Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici “Dinu Adamesteanu” dell’Università del Salento. È stata ricercatrice e project manager presso il Musée National du Moyen Age – Cluny (Parigi) per le collezioni di archeologia classica e medievale. È stata project manager presso le Scuderie del Quirinale di Roma per la mostra “Cina. Nascita di un Impero”. È stata project manager presso la Cooperativa “La Bottega del Cinema” per la progettazione scientifico-culturale, l’organizzazione e la programmazione di mostre sul cinema e sul teatro; festival e rassegne cinematografiche; gestione di cinema d’essai.

Ha svolto attività di ricerca e di studio in campagne di scavo archeologico in Italia e in Tunisia, ha curato studi di materiali archeologici e di collezioni, e progetti scientifici e culturali per la creazione di spazi museali. Autrice di varie pubblicazioni, ha insegnato e tenuto seminari in Università italiane e francesi.

È una persona di successo, quello che oggi è realtà sarà stato un tempo solo un sogno. Se dovesse scrivere il primo capitolo di un libro sul suo progetto come inizierebbe?

«Fin da bambina desideravo essere un’archeologa e lavorare nei musei. Sono stata fortunata, mia madre mi portava nei musei e mi ha trasmesso l’amore per la cultura e per la lettura. Sono sempre stata appassionata di cultura cinese antica, amavo la ceramica cinese, la ceramologia è stata infatti oggetto del mio dottorato. Da bambina ho vissuto anche in Svezia, quando frequentavo la terza elementare a Stoccolma ho visitato i musei scandinavi che negli anni Ottanta erano all’avanguardia rispetto al resto d’Europa, c’era la vocazione pedagogica didattica, il rigore scientifico e filologico ma anche grande attenzione per i vari target di pubblico. La bambina che ero la ricordo molto curiosa anche nei confronti della natura, dell’evoluzione del paesaggio, con grande amore per lo studio e curiosità nell’imparare. Avevo un forte senso della disciplina e rispetto per gli insegnanti. Ciò mi ha permesso di desiderare apprendere sempre di più».

Lo studio è stato un punto fermo della sua vita?

«Nei miei percorsi di studi scolastici e universitari ho incontrato grandi maestri a cui devo molto come Riccardo Francovich, Marco Milanese, Roberto Zaccaria e Silvano Del Carlo. La scuola è un pilastro importante, permette il riscatto sociale, chi non nasce in un contesto benestante può cambiare la sua vita tramite la cultura. I miei nonni sono partiti da condizioni umili ma hanno studiato e si sono evoluti. La mia famiglia mi ha insegnato l’impegno civile: vengo da una famiglia che ha fatto la Resistenza, da una famiglia di partigiani».

Quali sono stati i passaggi per arrivare alla realizzazione?

«Ho frequentato il liceo classico, le mie materie preferite erano greco, filosofia e geometria. Temevo che le materie umanistiche non fossero spendibili nel mercato del lavoro, così mi sono iscritta alla facoltà di Giurisprudenza, con grande sorpresa dei miei professori. Da una parte ottenevo ottimi risultati negli esami, avvertivo un profondo senso della giustizia, volevo fare il magistrato dei minori per tutelare i bambini, i professori erano molto bravi. Da un’altra parte ero combattuta perché sapevo di amare l’archeologia. Alla fine è prevalso il sogno e ho cambiato facoltà iscrivendomi ad Archeologia. Ho ricominciato da zero ma l’esperienza è servita, quasi 3 anni di giurisprudenza mi hanno fornito una base che uso ancora oggi nella pubblica amministrazione. Il passaggio di facoltà è stato come un’autoanalisi, sono stati anni difficili, dovevo capire la mia strada.

Ora so che anche ciò che può sembrare un problema successivamente può rivelarsi positivo. Appena iniziato il mio nuovo percorso universitario a Pisa ho capito di aver fatto la scelta giusta. Dopo vari progetti e il dottorato ho vinto una borsa di studio per lavorare a Parigi nel museo nazionale del medioevo per occuparmi delle collezioni come project manager. Ho vinto anche un progetto europeo nello stesso museo e ho avuto l’opportunità di fare una grande esperienza internazionale per mettere a frutto le mie competenze. Ho adorato Parigi, lì ho trascorso alcuni anni e credo sia la città che più mi corrisponde nel mondo, rappresenta la libertà, un grande amore per la cultura che si respira in ogni angolo, nelle librerie, negli spazi per i giovani. Dopo il periodo a Parigi ho vinto un concorso pubblico in Bretagna come direttrice del servizio beni culturali per creare ex novo un museo archeologico e del patrimonio culturale del territorio partendo da una scuola dell’800. Credo che la Bretagna abbia delle analogie con Taranto, è un territorio con problematiche sociali come disoccupazione e diaspora di giovani e il patrimonio culturale è una sfida per essere motore di sviluppo reale».

Qual è stato il momento in cui ha pensato di essere coraggiosa?

«Il ritorno in Italia per dirigere il museo di Taranto. Non avevo certezze. Sono andata via dall’Italia perché credevo non fosse meritocratica e a quei tempi era anche profondamente maschilista. Credevo sarei tornata solo per una ragione molto valida. Poi ho letto un annuncio su un quotidiano online per una selezione internazionale del ministero dei beni culturali. L’elemento mare ha sempre accompagnato la mia vita e speravo in un museo in una città di mare.  Taranto è stata la mia prima scelta, la conoscevo perché era meta di vacanza da amici e perché il MArTa è stato uno di quei musei che più mi ha condizionato nel voler diventare archeologa. Diventare direttrice del museo di Taranto è stato un sogno, è noto su tutti i testi universitari del mondo. Inoltre cambiare paradigma della città grazie alla cultura è una sfida diversa.

Sono abituata a viaggiare e casa è dove mi sento accolta e mi sento bene. Oggi per me è Taranto, ho anche la residenza, ma le mie radici non sono in un unico luogo».

Quale consiglio darebbe a chi vuole seguire la sua strada?

«Studiare molto e non scoraggiarsi. Servono i sacrifici per ottenere i risultati, tanta formazione, molto lavoro e anche umiltà. Bisogna essere assetati di conoscenza».

Il MArTA ha da sempre specificato di voler dialogare con il suo territorio. Quanto è importante creare un senso di appartenenza nella città in cui si opera?

«Trovo fondamentale il dialogo, il museo fa parte della comunità in cui si colloca».

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