Professore associato di Organizzazione Aziendale presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca.
Barbara Quacquarelli collabora con la SNA (Scuola Nazionale dell’Amministrazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri), come docente nei corsi di Management. La sua ricerca si focalizza sui seguenti temi: diversity management e innovazione; culture organizzative nei processi di cambiamento e sviluppo delle competenze nella pubblica amministrazione.
Nel 2020  è stata nominata Chairman di EGOS Colloquium 2024, conferenza internazionale dell’European Group of Organizational Studies. Il suo ricco curriculum è consultabile sul sito dell’Università di Milano-Bicocca QUACQUARELLI BARBARA | Università degli Studi di Milano-Bicocca (unimib.it).
L’abbiamo incontrata per parlare con lei di inclusione delle diversità nei contesti lavorativi, di disuguaglianza di genere, di istruzione e del futuro che ci attende.

Il sistema universitario è una delle vittime indirette della pandemia. C’è stata una riduzione delle immatricolazioni alla Bicocca, quest’anno?

Nelle università lombarde le immatricolazioni non sono diminuite, per diverse ragioni. Per citarne una, chi si iscrive sa che si ritroverà in un sistema che funziona, dopo la pandemia. Devo sottolineare che, all’Università della Bicocca, non abbiamo perso un giorno di lezione, dall’inizio della pandemia. Già una settimana dopo il lockdown del marzo 2020, siamo partiti con le lezioni a distanza, anche perché avevamo e abbiamo sistemi informativi in grado di supportare questa modalità. Sotto l’aspetto qualitativo il discorso cambia; mi rendo conto che cominciamo a conferire la laurea a persone che non abbiamo mai incontrato fisicamente. Questi studenti hanno vissuto il percorso magistrale (se vogliamo, quello più professionalizzante) in una situazione inconsueta. Da tempo gli universitari ci chiedono di tornare in aula. È un’esperienza che è venuta a mancare e ciò sembra non importare a nessuno. L’argomento non è stato contemplato neanche nei dibattiti televisivi; all’inizio dell’emergenza sanitaria gli studenti sono stati ritenuti “serenamente sacrificabili” e oggi sono pressoché ignorati.

Il nostro Paese non investe sull’istruzione, sulla cultura, da decenni. Penso ai miei colleghi inglesi. Loro non hanno mai fatto lezione a distanza, la vita universitaria britannica si svolge nei campus, quindi prevede molte attività in condivisione e in presenza. Gli studenti dormono e mangiano assieme, eppure il governo UK e il sistema dell’istruzione superiore non hanno mai pensato (anche per una questione di ritorno in termini economici), di interrompere le attività formative tradizionali. Il modello formativo dice molto di un Paese.
Nelle ultime settimane i cittadini britannici sono stati in lockdown, anche le scuole e le università si sono fermate.
Sì, solo durante la campagna vaccinale hanno interrotto le lezioni in presenza. Non posso non pensare che i nostri ragazzi saranno, nel confronto internazionale, quelli che avranno trascorso meno tempo a scuola.

Quali figure forma con i corsi di management che tiene presso la SNA?

Collaboro con la SNA dalla fine del 2017. La Scuola Nazionale forma la prima linea della dirigenza dello Stato.

I destinatari delle attività formative sono, in prevalenza, donne o uomini?

È una situazione a macchia di leopardo. La Pubblica Amministrazione (PA), in Italia, ha una presenza femminile più alta che in altri comparti. La SNA è in grado di erogare corsi a dirigenti, funzionari di primo livello e, in questo caso, la presenza femminile è più bassa. Diciamo che siamo più o meno sul 50 e 50, in termini percentuali. Se consideriamo le carriere apicali, per esempio presso il Ministero degli Esteri, si fa fatica a trovare delle donne. Si nota una segregazione che non è solo verticale, ma anche orizzontale.

Una situazione che riflette quella universitaria?
Anche nelle università, se si tiene conto delle differenze, in termini di numeri, tra professori associati e ordinari, le donne si perdono nelle gerarchie. L’unica università italiana che ha avuto due rettrici, una dopo l’altra, è la Bicocca. Una delle due è l’attuale Ministro dell’Università e della Ricerca, Maria Cristina Messa.

Quante rettrici abbiamo in Italia?
Si contano sulle dita delle mani. Anche alla Bocconi il primo Ordinario donna risale al 2000. Prima di quell’anno, il buio. Secondo gli ultimi dati del World Economic Forum, l’Italia è al 70esimo posto, nel mondo, per equità di genere (Report 2018). Per la disuguaglianza salariale, occupiamo il 126esimo posto; non facciamo nemmeno figli. È una situazione molto grave, paradossale, se si considera che l’Italia è nel G7, quindi tra le economie più avanzate al mondo. Continuiamo a formare donne molto preparate (le laureate sono più dei laureati), ma per loro le possibilità professionali sono molto ridotte. E questi temi sono affrontati, nel dibattito pubblico, in una prospettiva ideologica. Niente di più sbagliato, si tratta di un problema demografico.

Il nostro è un Paese anziano, ma l’impressione è che non sia né per giovani, né per anziani.
Non è sicuramente un Paese per giovani. Per le persone più avanti negli anni, il discorso cambia. A provvedere agli anziani sono soprattutto le donne, in funzione di caregiver; è il welfare italiano nascosto.

Attraverso i corsi di Diversity Management, che lei cura, si punta alla valorizzazione delle diversità nelle aziende private e nella PA?
Valorizzare le differenze, soprattutto quelle individuali, è fondamentale. Poi entrano in gioco quelle di categoria. I sistemi, naturalmente, si muovono utilizzando alcune categorie piuttosto che altre: di genere, età, disabilità, cultura, orientamento sessuale, etc. Noi abbiamo mutuato tali categorie dal mondo anglosassone, che le ha adottate per l’inclusione delle minoranze etniche. In questo momento, c’è un’attenzione particolare ai temi di genere. Ma spesso sono affrontati in chiave quasi divulgativa o retorica.

Quali sono le resistenze maggiori, rispetto all’inclusione delle diversità nei contesti lavorativi? E in relazione a quali, in particolare, se ne riscontrano di più forti?
Il tema è acerbo in Italia, rispetto a realtà come la Francia e l’Inghilterra, che hanno una grande tradizione di multiculturalità. Da noi è difficile parlare di orientamento sessuale, per un fatto culturale. Ho trovato poche aziende disposte ad affrontare il discorso LGBT. Pochissime aziende pioniere iniziano a discuterne, ad adottare sistemi di gestione delle risorse umane che favoriscano l’inclusione: congedi, tipologie dei premi, etc. Permane, nel nostro Paese, una forte cultura sessista. Le aziende dovrebbero essere considerate dei grandi laboratori sociali.

Lei è stata nominata Chairman Egos 2024. Quale importanza riveste la conferenza?
Egos (European Group of Organizational Studies) è una delle più grandi conferenze internazionali di studi di organizzazione del lavoro. Ogni volta, un gruppo di studiosi che provengono da tutto il mondo ragiona su quale sarà il futuro del lavoro, non solo all’interno delle aziende, ma nell’impatto del lavoro stesso sulla società e sui territori. Attraverso una procedura di tipo competitivo, l’Università si è aggiudicata la conferenza del 2024; io sono la promotrice della proposta su Milano-Bicocca. In quella occasione, Milano sarà Crossroads, ovvero crocevia. Milano è centrale nell’Europa mediterranea e continentale. Abbiamo davanti una prospettiva di cambiamento dell’umanità al lavoro, rispetto ad un “futuro” che, nel 2024, ci sarà più chiaro, soprattutto sul fronte della digitalizzazione.

Sarà verosimilmente un momento di rinascita e partirà dalla città meneghina, per tutto il mondo.

a cura di Valeria Cigliola

 

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