Arianna Ortelli, 25 anni (16/03/1996), maturità classica presso Liceo V.Alfieri (Torino), è laureata in Economia e Business Administration presso l’Università degli Studi di Torino.

Appassionata di sport e tifosa sfegatata del Torino FC, convince la mamma ad iscriverla al primo club di calcio femminile quando ha solo 12 anni. Da quel momento non ha più smesso di giocare. Matura la prima esperienza lavorativa in un villaggio turistico all’età di 18 anni e poi al terzo anno di università frequenta la School of Entrepreneurship & Innovation di Torino, sviluppando una forte passione per l’innovazione e l’imprenditoria. Meno di un anno dopo fonda Novis, startup innovativa ad impatto sociale, per realizzare concretamente l’idea di una piattaforma gaming che possa essere utilizzata anche senza la vista, coronando il desiderio di far vivere lo spirito aggregativo alla base dello sport anche a persone ipovedenti e non vedenti. Dall’intuizione alla realizzazione passa meno di un anno e nasce la prima piattaforma di gioco per non vedenti, che dà la possibilità di sperimentare in autonomia la dimensione fisica ed emozionale di un videogame attraverso tatto e udito, grazie ad un innovativo joystick che si connette al cellulare. Il team include ingegneri del Politecnico di Torino e coinvolge nelle fasi di sviluppo, design e testing anche persone cieche ed ipovedenti delle associazioni. Oggi il team è impegnato nello sviluppo della piattaforma software e dei giochi, con l’obiettivo per il 2021 di uscire con il prodotto sul mercato.

Di che cosa si occupa la sua start-up?

«Sviluppiamo una piattaforma di gaming accessibile per tutti, un nuovo modo di giocare senza interfaccia video. Attraverso delle vibrazioni anche le persone non vedenti o ipovedenti possono giocare e interagire con gli altri».

Come nasce questa idea?

«Ho sempre praticato sport, soprattutto di squadra, gioco a calcio da quando avevo 11 anni. Io e il mio co-founder amiamo lo sport e giocare con gli altri, per noi il divertimento è un mezzo di aggregazione. Nel 2018 cercavamo un modo per giocare che permettesse di stare insieme senza usare lo schermo. L’intuizione iniziale è stata un joystick per fare sport a distanza. Il nostro primo gioco è stato un ping pong virtuale: una racchetta con una scheda Arduino. Poi mi sono chiesta come farebbe un non vedente a partecipare. Ho conosciuto l’Unione Italia Ipovedenti di Torino e altre associazioni, così abbiamo realizzato un nuovo prototipo inclusivo. Ho avuto la fortuna di immaginare il prodotto insieme a persone non vedenti o ipovedenti. Il primo controller era esteticamente brutto ma nonostante tutto ha spopolato e dall’entusiasmo abbiamo capito l’utilità del progetto. Ce ne siamo innamorati ed è diventata la nostra vita. La nostra missione è stata apprezzata anche dai normo vedenti, il prodotto è inclusivo, i giochi sono belli per tutti.

Nel 2019 ho costituito la società, ora siamo in quattro e stiamo per lanciare un prodotto definito sul mercato. L’idea iniziale era legata a un hardware ma poi abbiamo pensato che il valore vero fosse la parte software. Si potrà giocare con un cellulare tramite app, il telefono come controller. La versione base dei giochi sarà free, vogliamo offrire la possibilità ai developer di creare contenuti. L’ecosistema sarà su iOS e Android e per tutti telefoni, per il nostro joystick e presto anche per altri controller e altre console. Ora abbiamo anche una integrazione con Alexia».

Quali sono i prossimi progetti?

«Vogliamo lanciare il prodotto per l’estate e organizzare un torneo verso settembre: una competizione con 5 progamer classici e non. Tra poche settimane avremo la nostra community (composta da utenti e sviluppatori) nel nostro gruppo Facebook, con un podcast in cui racconteremo di noi, del mondo della disabilità visiva, dell’intrattenimento e del tempo libero, avremo delle room su Clubhouse. Per il futuro mi piace non sapere che cosa accadrà. Quando questo progetto sarà arrivato abbastanza lontano spero di cercare la felicità altrove, tra dieci anni vorrei avere una storia ancora più bella da raccontare».

Il settore gaming è ancora molto maschile, tante giocatrici non rivelano il loro essere donne per non ricevere commenti scomodi. Che cosa ne pensa?

«È una cosa brutta ma è bello che emerga. Ormai c’è consapevolezza del problema, sta a noi dimostrare di poterlo superare. Dei videogiochi amo lo stare insieme e il poter superare le barriere, non ci sono limiti. La tecnologia mette insieme le persone. Ci sono sempre più startup femminili e noi ne siamo un esempio».

Ha dichiarato che non voleva solo gestire un’impresa ma costruirla da zero. Come è nata questa consapevolezza?

«È una impresa fare una impresa, è una sfida, se non c’è una opportunità me la creo. Sono sempre stata circondata da persone che hanno creduto in me, non avevo la strada già battuta e sapevo di dovermela creare. Le persone che ho conosciuto mi hanno cambiato la vita, non si pongono limiti ma li usano per trasformarli in opportunità. Mi piace credere di poter avere un impatto sul mondo, per quanto piccolo».

Ha detto anche ”mi affido a me”, lo consiglierebbe anche alle altre ragazze?

«Tutti abbiamo una vocina nella testa che ci scoraggia e ci dice che alcune cose sono impossibili da raggiungere. Se non credi nelle tue potenzialità le cose impossibili restano tali. Se invece ci provi comunque qualcosa torna. Ciò che sembra impossibile se hai passione si può trasformare in concreto».

Come è stato il suo percorso di studi?

«Ho avuto percorso scolastico bello ma turbolento. Dopo il liceo classico volevo mettere la teoria in pratica, così ho lavorato per villaggi turistici, eventi sportivi e ho capito la bellezza del fare oltre che studiare. Ho studiato economia ma ho trovato l’ambiente poco dinamico, per i primi due anni mi sono sentita in crisi. Il terzo anno abbiamo iniziato un percorso startup e ho conosciuto altre persone più simili. Ho capito di essere sulla mia strada».

Come è strutturata la sua azienda?

«Io mi occupo di sviluppo dell’azienda, di business, della parte economica e di organizzazione team, del rapporto esterno con i clienti, con gli investitori e con gli utenti. Dario, co-founder, ingegnere elettronico, si dedica allo sviluppo del prodotto e all’integrazione cross device. Alessandro è il nostro CTO, si occupa dello sviluppo software. Marco è uno dei primi beta tester non vedenti che si è innamorato del progetto giocando, cura la strategia marketing, la parte commerciale. La mia azienda è come il calcio, se non si fa squadra non si va da nessuna parte. Nella vita ho lavorato ho fatto tanti lavoretti, anche come cameriera, ora siamo vicini a permetterci di poter lavorare solo con la nostra start up».

Qual è stato il momento in cui si è sentita coraggiosa?

«Quando ho visto che in famiglia c’era bisogno di me e non ho fatto un passo indietro. A volte sei obbligato ad essere coraggioso. Anche quando ho preso posizione per la mia azienda, non ero sicura ma ho fatto un passo che mi ha portato qui».

a cura di Alessandra Macchitella 

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