“L’importante, nella vita, è osare”.

Parola di Alessandra Ricciardelli, ricercatore universitario presso la LUM Jean Monnet (Libera Università Mediterranea) di Casamassima. Alla SNA (Scuola Nazionale dell’Amministrazione – Presidenza del Consiglio dei Ministri) ha incarichi di docenza e ricerca. Le sue esperienze professionali sono tante; sintetizzarle in poche righe non è possibile. Già consulente presso il Governo della Repubblica del Kosovo e di Jenin, in Palestina, Ricciardelli è stata anche project manager presso il Politecnico di Bari e assessore comunale alla Cultura e al Turismo. Attualmente è Assistente Professore di Economia delle Aziende Pubbliche e non-profit e di Organizzazione aziendale, ma anche titolare di cattedra in Economia e Gestione delle Smart City e Cultore della materia in Economia e Management della Cultura, alla LUM.

Se volete sapere attraverso quali dinamiche una città possa crescere e rigenerarsi fino a diventare smart, ovvero intelligente, iscrivetevi ai suoi corsi, molto apprezzati dagli universitari. Il numero dei suoi tesisti è cresciuto negli anni, segno di una buona gestione delle aule e soprattutto testimonianza di quanto sia centrale il rapporto con gli studenti, nel veicolare temi che restituiscono la complessità del momento. Nell’intervistarla abbiamo avuto l’impressione di essere di fronte ad una professionista estremamente preparata, una persona vitale e sensibile e sempre alla ricerca di stimoli nuovi. Abbiamo parlato con lei soprattutto di disuguaglianza di genere.

Come vengono percepiti tra gli studenti temi come il gender gap?

Oggi le nostre studentesse si sentono accolte in modo diverso, perché c’è una sensibilità maggiore rispetto a questi temi, anche grazie ad una forte presenza femminile nei ruoli apicali, nell’ambito dell’Università. È maturata nelle studentesse e negli studenti la consapevolezza di poter parlare alla pari con il top management.

Oltre a tenere corsi di Economia e Organizzazione Aziendale, lei insegna a progettare smart city. Quali sono le caratteristiche delle sue lezioni?

Non ho impostato il modulo sulle blockchain o sulla tecnologia che abilita certi comportamenti, ho preferito piuttosto concentrarmi sulla parte software della progettazione delle smart city, cioè le persone. La tecnologia non sarà mai abilitante se non attecchisce sulle persone che vogliono utilizzarla. Attribuisco grande valore alla componente social, intesa nella sua eterogeneità. Le città intelligenti si costruiscono con il contributo di tutti, includendo il più possibile. L’Olanda è un ottimo esempio, in questo senso. Le politiche amministrative riescono a far convivere tante persone diverse: minoranze etniche, religiose, di genere, disabilità.

In Italia si registra ancora una colpevole chiusura su questi argomenti. Siamo indietro rispetto alle politiche inclusive. Qual è il clima culturale tra i suoi studenti?

Non mi è mai capitato di riscontrare resistenze a un approccio culturale inclusivo, aperto. Nelle aule di Public management c’è sicuramente meno fiducia rispetto alla possibilità di cambiamento offerta dalla politica. Spesso raccolgo lamentele sulla gestione pubblica. Quando creavo modelli basati sull’empowerment alcuni mi dicevano: c’è sempre il politico di turno che blocca la spinta al cambiamento. Nelle aule in cui affronto invece l’argomento smart city, il clima è differente. Il modulo sulla resistenza al cambiamento sgombra il campo da qualsiasi genere di riluttanza.

Come ottiene la fiducia degli studenti?

Quello che cerco di fare in aula è motivare, prima ancora che insegnare. Le università in questo momento storico sono diventate titolifici. Quindi in questo momento è più difficile superare le resistenze al cambiamento. Non bastano le lezioni teoriche, in aula bisogna portare sé stessi. Bisogna fare lezione cercando di raccontare anche le esperienze maturate all’estero. Facendo dei paralleli tra la situazione italiana e quella di altri Paesi, come il Kosovo, giusto per fare l’esempio di una cultura dove le resistenze al cambiamento erano, qualche anno fa, molto forti. I risultati si ottengono quando si riesce a far innamorare della materia insegnata anche lo studente più svogliato. Oggi posso dire di assistere a una vera partecipazione emotiva al corso, anche perché ho favorito molto il lavoro di gruppo.

Secondo il Global Gender Gap Report del 2021 (World Economic Forum) il traguardo della parità tra i sessi che sarebbe stato raggiunto tra 99,5 anni, a causa della pandemia non sarà probabilmente realtà prima di 135,6 anni. Al di là di queste stime, qual è la via da percorrere per accelerare certi processi?

Si parte dalla cultura. Il mio punto di riferimento sono i Paesi cosiddetti welfaristi, come l’Olanda o come quelli scandinavi. Penso anche all’Inghilterra degli anni d’oro, alla regina Elisabetta. Avendo studiato nel Regno Unito, in una università che non fa differenze, dove di questi temi nemmeno si parlava, faccio fatica ad affrontarli. In quelle aule, in quel contesto sociale c’era parità assoluta. In Italia è sbagliato l’approccio, perché è politico.

Lei ha conseguito un Master presso l’Università di Oxford, con una tesi sui diritti delle donne russe, nel periodo successivo alla Perestrojka. Anche in quel caso gli interventi pro-parità erano gestiti dalla politica. I risultati?

Il ruolo della donna nel post perestroika è un argomento complesso. Nel 1986 e negli anni successivi, la Glasnost di Gorbačëv significava, per le donne, ricostruzione e apertura. In realtà, si trattava di una politica di ricostruzione deviata, perché era mancata la formazione: il cambiamento non si può inoculare. Nonostante le misure comprese nella Glasnost, le donne hanno continuato a subire un trattamento di sottomissione agli uomini; basti sapere che in quel periodo la prostituzione è prosperata. I programmi politici vanno accompagnati da una strategia formativa. Il gender gap è qualcosa che bisogna affrontare a livello scolastico e, prima ancora, a livello familiare. Si deve insegnare la parità di genere già nelle scuole per l’infanzia. Assisteremo a un vero cambiamento solo se non sarà dettato dalla politica. Parlare di gender gap non mi piace, perché la parità dovrebbe essere qualcosa di naturale.

Quando era adolescente quali erano le sue aspirazioni?

Da bambina volevo fare il medico, poi un’esperienza nel Parlamento Europeo Giovani, a 16 anni, mi ha fatto cambiare idea. In seguito, ho preso la decisione di andare a studiare in Inghilterra. Volevo fare il diplomatico o, perché no, il ministro degli Esteri. Nel 2009 sono stata assessore alla Cultura e alla Pubblica Istruzione, presso il Comune di Gravina in Puglia, con l’idea di dare un contributo strategico alla mia città; ma la politica mi ha dato non poche delusioni. In seguito, alcune vicende personali mi hanno condotta verso un altro percorso. Oggi sono contenta di aver disegnato attorno a me uno spazio, nella mia Puglia. L’università mi dà la possibilità di avere “visibilità politica”, contatti con Paesi esteri e la gioia di raccogliere il favore dei miei studenti. Mi occupo di persone, attraverso le mie attività nell’ambito universitario, molto più oggi che negli anni in cui ero impegnata in politica. Sono qui eppure con un piede sempre al MIT (Massachussets Institute of Technology), in Palestina, in Kosovo, con la consapevolezza gratificante che mi occupo della mia comunità.

Come si presenta ai suoi studenti?

Mai come professore, ma come ricercatore. Non riesco a descrivermi, lascio che siano loro a farlo. Poi, alla fine del corso mi giungono mi giungono molte richieste  di tesi. È una bella testimonianza. Vuol dire che opero bene.

Cosa consiglierebbe a una studentessa/uno studente in crisi rispetto al futuro?

Ho sempre consigliato le esperienze all’estero, perché si tratta di percorsi non solo scolastici, sono esperienza di vita. C’è chi ha paura dell’ignoto, della barriera linguistica. Io comunque spingo sempre a rischiare. Se accetti di rischiare sei anche capace di sapere fin dove puoi spingerti. È importante lavorare mentre si studia. In genere suggerisco agli studenti indecisi di fare una lista di propositi e desideri. So certamente quale sia il limite di queste mie provocazioni. Alcuni studenti purtroppo non possono permettersi esperienze oltre i confini italiani.

a cura di Valeria Cigliola

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