“La parità di genere è un principio che a parole tutti accettano ma che spesso, anche sul piano giuridico, non viene praticato. Anche nel nostro Paese siamo distanti da quanto prescritto dalla legge”. Sono parole di Enrico Giovannini, portavoce e co-fondatore dell’Alleanza italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS). Tra i 17 goal dell’Agenda 2030 dell’ONU, il quarto affronta il tema dell’istruzione di qualità per tutti, il successivo è rappresentato dall’uguaglianza di genere e dall’empowerment delle donne e delle ragazze.

Ridurre le disuguaglianze economiche tra uomini e donne è uno dei primi passi da compiere per centrare il goal 5 dell’Agenda. Una donna indipendente ha minori probabilità di subire violenza economica e fisica, e l’autonomia economica passa necessariamente per l’istruzione, la conoscenza, la scoperta delle potenzialità e la valorizzazione delle attitudini personali.

Per citare solo qualche dato: in Italia, nel 2019, le donne vittime di omicidio volontario sono state 111; 133 nel 2018, 131 i casi di omicidio registrati nel 2020 (Dati Istat). Nel 2016 le vittime dei trafficanti di esseri umani sono state, per il 51% dei casi, donne; uomini per il 21%. Nello stesso anno, 200 milioni di bambine, in 30 diversi Paesi, hanno subìto mutilazioni genitali (Fonte Unicef). Infine, secondo uno studio del Geena Davis Institute on Gender in Media recentemente pubblicato, al genere femminile è riservato, nel mondo, solo il 24% dei seggi parlamentari, mentre nei ruoli gestionali di 1 azienda su 4 non c’è alcuna donna.

Dell’istruzione e della cultura come strumenti per abbattere le discriminazioni, del coraggio delle donne e dell’Agenda ONU abbiamo parlato con Maria Teresa Paola Caputi Jambrenghi, docente universitaria, ricercatrice e autrice di numerose pubblicazioni. Dal 2017 è Ordinario di Diritto amministrativo presso il Dipartimento Jonico in “Sistemi giuridici ed economici del Mediterraneo: società, ambiente, culture”, Università Aldo Moro di Bari – Sede distaccata di Taranto.

Lei è nata a Bari, è figlia di un docente universitario che ha sempre insegnato nelle sedi baresi. Trasferire la sua carriera accademica a Taranto è stata una scelta di coraggio, in qualche modo. Ce ne parli.

Quando mi sono appassionata a questo lavoro, ho deciso di allontanarmi dall’esperienza paterna. Mi sono spostata sin da subito, accettando degli incarichi a Taranto; in seguito, ho dato la mia disponibilità al Dipartimento Jonico. Questa struttura è un bell’esempio di cooperazione tra le istituzioni: l’Università e gli amministratori locali. Una realtà importante per un territorio che affronta un passaggio cruciale verso nuove forme di economia.

Il capoluogo jonico non aveva sedi universitarie, fino a qualche tempo fa. Com’è cambiata negli anni la percezione dei cittadini rispetto a questa “nuova” possibilità?

Il territorio tarantino è una realtà in crescita, sotto diversi aspetti. Il Dipartimento ha già un’esperienza decennale alle spalle. Quando sono arrivata, negli ultimi anni ‘90, ho trovato molto disorientamento tra i ragazzi. Oggi sono decisamente cresciuti; soprattutto in relazione al tema dei diritti e della parità di genere, li trovo più maturi. Questo è senza dubbio un buon segno, perché ciò dipende dal modo in cui abbiamo contribuito a educare loro e le generazioni precedenti, quelle cui i loro genitori appartengono.

Le è mai capitato di assistere a episodi di discriminazione di genere, anche solo velati, nella sua aula?

Assolutamente no. Credo anzi che i ragazzi, in molte circostanze, si affidino alle loro colleghe. A 18-19 anni le ragazze sono più determinate dei colleghi, che invece si fanno condizionare dai desideri della famiglia. Forse è soltanto una mia sensazione, ma credo che siano le donne a coordinare i gruppi di studio, in genere. Chiedo sempre ai miei studenti di individuare una persona che faccia da portavoce. Quella persona è quasi sempre una donna. Sono stata coordinatrice dei corsi di studio per molti anni; mi confronto spesso con i miei colleghi e anche loro mi riferiscono le stesse cose.

Si può dire le che studentesse siano più coraggiose dei loro compagni di studio?

Assolutamente sì. Lo sono, non soltanto nelle scelte, ma anche nel modo di gestire le attività di studio e di lavoro. L’ambiente universitario è fondamentale, spinge al confronto con i compagni di corso, con i diversi tipi di formazione; è qui che si costruisce la parità, quindi un futuro migliore per tutti.

In che modo si crea una relazione produttiva con gli studenti?

Credo che le responsabilità del singolo docente siano tante; si parla spesso di sistema scolastico, ma si ignora il fatto che dietro ogni sistema ci siano delle persone. Le competenze sono importanti ma lo è anche la passione che si porta in aula, insieme con le materie oggetto di insegnamento.

La passione per il sapere è la pista dalla quale far decollare il resto. L’apertura ai contatti, alle esperienze, agli scambi culturali è altrettanto importante. Il Dipartimento Jonico è un luogo dove questi scambi sono naturalmente favoriti.

I Dipartimenti sono luoghi di ricerca e centri amministrativi di ricerca e didattica. Ogni dipartimento comprende più corsi di laurea, i nostri sono tutti focalizzati sul territorio. Cerchiamo di rendere i ragazzi consapevoli rispetto alle possibilità del luogo, concentriamo le occasioni di incontro sullo sviluppo locale. Con i miei studenti sono sempre disponibile al confronto, come docente e come persona.

Ci sono collaborazioni in corso con l’Amministrazione comunale?

Ho caldeggiato il lavoro di squadra per produrre progetti di riqualificazione del territorio. Gli studenti sono stati autori di proposte, sulla base delle quali abbiamo organizzato presentazioni “autorevoli”, negli spazi del Comune; hanno avuto l’occasione di confrontarsi con alcuni esponenti delle istituzioni. Tra loro Ciro Imperio, direttore generale del Comune di Taranto.

Questi “incontri” hanno generato qualcosa di concreto?

Due dei progetti illustrati con un’accurata presentazione in 3D, per lo più dalle ragazze (anche in quella occasione sono state loro a tenere il microfono in mano), sono stati scelti dai dirigenti dell’amministrazione comunale, i quali si sono messi a disposizione degli studenti per svilupparli. Poi purtroppo è arrivato il SARS-CoV-2.

Uno dei lavori presentati?

Il Rain Garden, per ridurre i rischi idrogeologici; si tratta di giardini in grado di assorbire l’acqua in eccesso, dopo un evento atmosferico. Risorse idriche che possono essere incanalate, diventare utili per irrigare i campi.

Come docente all’interno di un dipartimento intitolato al Mediterraneo, qual è il messaggio che più di altri comunica ai giovani, attraverso l’insegnamento del Diritto?

Non possiamo che spingere i ragazzi ad aprirsi verso i Paesi del Mediterraneo. Siamo diversi, abbiamo differenti culture ma dobbiamo costruire, da cittadini partecipi e consapevoli, una buona qualità della vita accessibile a tutti.

Chi si iscrive ha la grande opportunità di conoscere le risorse del Mediterraneo, che non può continuare ad essere il luogo dove naufragano vite e desideri. In che modo entrano in contatto con altre culture gli studenti del Dipartimento?

I nostri percorsi formativi prevedono progetti anche a livello post-universitario, favoriscono scambi con altri Paesi del Mediterraneo. Abbiamo istituito un nuovo corso di studi proprio sulle migrazioni, un importante segnale per il territorio. Anche questo Corso di laurea – Scienze giuridiche per l’immigrazione, i diritti umani e l’interculturalità – è organizzato in collaborazione con il Comune. Non siamo noi che dobbiamo aprirci al Mediterraneo, è il nostro mare ad essere aperto verso di noi. Ed è solo con iniziative strutturali (per esempio il nuovo Corso di Laurea) che si può rendere popolare questo concetto, nel suo essere ovvio, naturale. Quello che mi piace sottolineare, rispetto alle ricerche condotte dai nostri dottorandi, è l’aspetto umano. C’è tanto in termini di coesione e solidarietà con il mondo, nelle nostre aule, e questa è la chiave per raggiungere gli obiettivi dell’Agenda 2030.

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