La cultura è l’unica cura contro la violenza e le discriminazioni che colpiscono ancora oggi milioni di donne, nel mondo. In Italia i dati tracciano il profilo di un fenomeno che è una vera e propria emergenza. Dall’inizio del 2022, sono sessantaquattro le donne uccise in contesti familiari o comunque dal partner o dall’ex (queste ultime sono trentotto). Mentre altri reati ‘calano’, non cessa la mattanza a danno del genere femminile (si registrano casi di donne che uccidono gli uomini, con le stesse dinamiche, ma in numero decisamente inferiore).

Occorre un nuovo modo di interpretare la realtà, più rispondente alle esigenze delle comunità attuali. Manca, in molti casi, l’educazione al rispetto delle individualità, delle diversità, al rispetto delle donne. La formazione deve orientarsi nella direzione di una maggiore attenzione ai pregiudizi, per agevolarne la riconoscibilità, ai fini del loro abbattimento. Siamo tutti vittime, seppure in misura diversa, di preconcetti (duri da sbriciolare).

Accade qualche volta che le stesse donne si facciano, più o meno inconsapevolmente, portavoce di quei pregiudizi che tendono a schiacciarle, a tenerle ai margini, a rendere loro complicatissimo l’accesso ai ruoli apicali, in ambito lavorativo. Quando si vive immersi in un certo tipo di cultura, si fa fatica a riconoscerne le falle, le anomalie.
L’educazione e la formazione hanno il compito di schiudere nuove prospettive, di consentire un’osservazione del reale acuta e profonda. La scuola e l’università hanno un ruolo importantissimo, così come anche le famiglie. Le campagne informative devono essere indirizzate principalmente a loro e ai giovani.
Non è un caso che, qualche giorno fa, sia stato avviato a Roma il primo Centro antiviolenza universitario. A ospitarlo sono infatti gli spazi normalmente frequentati dagli studenti di Medicina e Psicologia dell’Università Sapienza, nel quartiere San Lorenzo. L’iniziativa è stata promossa, oltre che dall’Università, dalla Regione Lazio, dall’Ente regionale per il diritto allo studio e dal Telefono Rosa. Sono le volontarie dell’Associazione a gestirlo.
Il Centro sarà operativo a tutti gli effetti a partire dai primi di settembre. Potranno rivolgersi allo ‘sportello’ donne, studentesse e tutti i cittadini che avessero bisogno di un confronto, urgenza di raccontare, quindi necessità di aiuto.
Non si tratta del primo centro ospitato in un luogo della formazione, dell’istruzione superiore. Un’iniziativa analoga ha già visto protagonista l’Università della Tuscia e altri atenei sono candidati a seguire l’esempio.

Si spera che il modello laziale possa essere replicato nelle altre regioni italiane. I giovani e i meno giovani hanno bisogno di comprendere cosa significhi nella pratica l’espressione parità di genere, hanno bisogno di luoghi come questi, proprio all’interno degli spazi che frequentano abitualmente, soprattutto nei quartieri che richiedono una maggiore attenzione sociale.