Lo testimonia una ricerca dell’Università del Queensland.
Il virus Sars-CoV-2 ha segnato uno spartiacque nelle nostre vite, per tante ragioni. Sicuramente ha costretto istituzioni e comunità a porsi interrogativi cruciali per il futuro dell’umanità e del pianeta. Generalmente, quando pensiamo alla pandemia e al “campionario” di varianti del virus originario, isolato per la prima volta nel 2019, pensiamo a un flagello che ha colpito i due emisferi della terra, senza distinzioni, nelle modalità e nelle conseguenze.

Ciò è vero, solo in parte. Come sappiamo, l’approccio delle istituzioni alla gestione dell’emergenza non è stato omogeneo. In ogni continente, in ogni paese si è intervenuti con provvedimenti differenti. Unico fil rouge: i lockdown o confinamenti, come si dice nella lingua italiana, che hanno riguardato la quasi totalità della popolazione mondiale (lockdown autogestiti e isolamenti imposti dalle autorità). Il più duro, forse, quello cinese, seguito dai provvedimenti di altri paesi asiatici. Naturalmente nemmeno i lockdown sono stati tutti uguali.

In Italia, si è scelta una via a metà strada tra l’autorità e l’autoconsapevolezza. Quest’ultima non è mai stata piena; i dati degli ultimi giorni relativi ai contagi lo dimostrano.
Una ricerca dell’Università del Queensland, in Australia, ha cercato di analizzare i fattori che hanno influito su contagi, ricoveri e decessi, nei diversi paesi del mondo, nel periodo compreso tra gennaio e dicembre 2020. Non solo elementi pregressi, come il welfare e la sanità, ma anche fattori dovuti alle decisioni della leadership del paese, nel momento in cui tutto aveva inizio e anche nelle fasi successive.

I risultati di questo studio, che ha preso in esame 91 Paesi, sono stati pubblicati sulla rivista specializzata Scientific Reports. Le differenze rilevate sono state, in alcuni casi, notevoli. A quanto pare, da queste prime analisi emerge che nei Paesi guidati da premier di sesso femminile le cose siano andate meglio, sul fronte contagi e decessi.
Probabilmente, come hanno osservato i responsabili della ricerca universitaria, le donne sono più determinate e non perdono tempo con i dubbi, quando in ballo c’è la salute pubblica, quindi la vita umana. A differenza degli uomini che, per attitudine, anche nelle emergenze valutano altri aspetti e si lanciano in sfide più rischiose.

Sembra che a cavarsela meglio con l’emergenza Covid (anche in questo 2022, ovviamente) siano i Paesi più tecnologici, o meglio quelli che usano più consapevolmente la tecnologia (pensiamo a quei governi che sono in grado di fare tracciamenti puntuali e veloci), i Paesi più evoluti culturalmente. In quelle democrazie, l’opinione pubblica ha maggiore fiducia nella scienza che non in altri contesti.

Come è sempre stato evidente, mettendo insieme i dati raccolti (compresi quelli appena evidenziati), dove si fa prevenzione si paga un prezzo più basso alla diffusione del virus. Nelle comunità a maggioranza maschile, gli esiti della pandemia risultano essere peggiori, che in quelli dove il rapporto tra i sessi, nella composizione demografica, è più bilanciato. Ricordiamo che gli uomini sono maggiormente predisposti a sviluppare la forma grave dell’infezione da Sars-CoV-2, secondo le statistiche.

In conclusione, si spera che chi dovrà affrontare le sfide del futuro (molto più ardue di quelle attuali) tenga conto di queste importantissime ricerche. Si spera cioè che la leadership del futuro sia più colta, più preparata a gestire le criticità, meno sensibile al canto delle sirene dell’economia (che senza le persone non va avanti) e più alla salute dei singoli esseri viventi e delle comunità. Fa piacere, a noi di Braves, leggere che le donne si stiano distinguendo, in positivo, anche in questo momento drammatico della storia dell’uomo.

Del resto, le donne risultano essere più brave degli uomini già durante il percorso che conduce all’istruzione superiore. Peccato siano pagate molto meno (-20%), a parità di posizione, una volta entrate nel mondo del lavoro!

Ancora, nel 2022.